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Percorsi e progetti audiofili: Daniele Bonaduce descrive il suono della sua sala d'ascolto, dopo l'arrivo dei DAAD

D.A.A.D. (Percorsi e Progetti audiofili)

La ragione iniziale che mi ha indotto a scrivere una pagina dedicata ai Daad, dispositivi acustici quanto mai controversi per ragioni di varia natura, ma principalmente di tipo estetico-funzionale, economico, culturale, etc., recentemente introdotti nel mio sistema con esiti entusiasmanti (che non esito a definire di "svolta" e si sa che le svolte obbligano sempre a fare un bilancio delle proprie esperienze...), era quella di prendere lo spunto dal trattamento acustico ambientale per descrivere, una volta tanto, quello che sta dietro le recensioni degli apparecchi e dei sistemi presentati in questo sito, vale a dire il mio sistema-ambiente e i cambiamenti ad esso apportati nel corso di un lunghissimo periodo di tempo, iniziato 25 anni fa. Quando arrivai in questa casa, il salotto utilizzato per l'ascolto presentava tre grandi pregi: era sufficientemente grande (40 mq), era fisicamente lontano da altre abitazioni e, per l'appunto, era interamente dedicabile alla riproduzione audio (e video). A parte questi innegabili pregi, però, l'ambiente era un mezzo disastro dal punto di vista acustico: la parete frontale era occupata da un grande camino di marmo alto fino al soffitto, una parete laterale era occupata da un ripiano bar con tanto di bacheca di cristallo per i liquori, un'altra era quasi interamente a finestra con vetri sottili, il pavimento era di marmo, la carta da parati di stoffa, etc.. L'impianto di rete, poi, era assolutamente fatiscente e se, non ricordo male, era sprovvisto perfino di messa a terra! L'occasione quindi era quella giusta per descrivere le tante modifiche fatte alla struttura e all'arredamento, i mille cambiamenti nella disposizione dell'impianto e gli esperimenti fatti con i Tube Traps e con altri pannelli assorbenti di vario tipo, fino ad arrivare ai Daad.

Come sempre, lo scopo delle mie recensioni è quello di comunicare uno stato d'animo legato all'ascolto della musica. In questo caso, però, non ci sono parole che possono sostituirsi all'esperienza d'ascolto diretta, capaci di descrivere i cambiamenti radicali introdotti nel suono del mio sistema o di fornire una sia pur minima coscienza-consapevolezza della "svolta". A questo punto, penso che la cosa migliore sia quella di cancellare tutto e ricominciare da capo, seguendo un differente percorso.

Da qualche tempo, il termine “percorso” è diventato uno dei concetti-chiave più in voga nel mondo audiofilo, un'espressione sempre più utilizzata dal popolo dei partecipanti alle discussioni pubbliche via Internet dedicate a questa materia. Di esempi se ne potrebbero citare molti, ma per ciò che voglio dire, ne prendo uno particolare:

Recentemente, un notissimo operatore del settore, commentando i risultati da me raggiunti in ambito riproduttivo, o per meglio dire le idee da me espresse al riguardo, mi ha scritto: “Noi cerchiamo di innescare un processo di cui conosciamo il risultato finale (in senso lato), ma i percorsi per arrivarci possono essere molteplici. Il percorso è la parte creativa del possessore del sistema di riproduzione. E' suo e solo suo".
Ma che cosa significa esattamente questa frase? Venendo da una professione che considera il linguaggio un sistema di simboli arbitrari, è quasi inevitabile, per me, pormi degli interrogativi al riguardo.
Tralasciando i significati più ovvi, del tipo: “ci sono molte strade per arrivare ad un medesimo risultato” o “posto che non tutti hanno gli stessi obiettivi e/o gli stessi mezzi, esistono molte strade diverse e variamente comparabili per arrivare ad un risultato apprezzabile”, potremmo invece tradurre il messaggio nel modo: "Noi non siamo semplici costruttori di oggetti hi-tech e non proponiamo soluzioni magiche prefabbricate e valide per tutti, noi cerchiamo prima di tutto di rendere visibile un bisogno (il trattamento acustico domestico) di cui abbiamo indagato a fondo le cause e gli effetti e a nostro modo vi suggeriamo una risposta (Daad). Il mercato può tenerne conto e condividerne l'utilizzo oppure no, in ogni caso il risultato finale dipende dal percorso esperienziale del singolo utilizzatore, dal suo divenire cosciente-consapevole di un bisogno che prima ignorava, attraverso un percorso creativo che varia da individuo ad individuo per tempi, modalità attuative, finalità, risorse, strumenti, etc., in questo senso, quindi, la responsabilità del risultato finale (l'essere diventati consapevoli) è opera sua e solo sua.

Questa, naturalmente, è una delle tante interpretazioni possibili e come tale può anche essere errata ma direi che, messa in questi termini, rappresenta un messaggio rivoluzionario in un ambito che vive quasi esclusivamente di “convenienze merceologiche”, di slogan pomposi e fasulli come "Custom Installation", vale a dire l'offerta di soluzioni pensate dal venditore (al posto di) per l'acquirente, soluzioni impacchettate e vendute a scatola chiusa al consumatore finale sulla base di (presunte) competenze professionali (intese forse come conoscenza delle mode del mercato) prive di riscontri scientifici (questi operatori di solito non pubblicano niente sulla Rete e non diffondono alcun dato che possa essere anche solo contraddetto) e spacciate come verità assolute!
A mio avviso, invece, il porre l’accento sul "percorso" individuale sia del professionista che fornisce un bene-servizio che dell'utente finale che ne attesta la concreta applicabilità e validità in una situazione data, potendone anche negare il "bisogno" nell’accezione sopra indicata, costituisce un approccio nuovo che deve la sua origine e presa di coscienza da parte degli operatori, soprattutto alla diffusione di Internet.

Prima dell'era informatica e della diffusione di massa delle recensioni “amatoriali” nei forum, dei racconti e delle testimonianze private nei sempre più numerosi siti “fungo” dedicati, nell’epoca in cui le riviste audio erano l’unico strumento di diffusione della "Cultura audiofila" con la "C" maiuscola (quella dell’editore, del direttore, dei costruttori..), gli utenti non avevano la possibilità di esprimere e diffondere idee diverse e opinioni contrarie a quelle "ufficiali"; gli spazi di libero confronto e di discussione erano inesistenti o riservati alla rubrica "il direttore risponde" (...), insomma solo pochi "eletti", avevano diritto a scrivere cose egregie ma anche.. solenni cazzate, per giunta avendo come unico e assai poco confessabile “progetto” quello di pubblicizzare questo o quel marchio, far vendere certi prodotti senza scontentare nessuno, tra funambolismi e prodezze verbali che sistematicamente producevano articoli fotocopia, incomprensibili e illegibili. Se il lettore smaliziato leggeva questi articoli per quello che erano, frustrazioni linguistiche di scrittori mancati, di narcisisti privi di competenze tecniche e di un'autentica passione che non fosse quella di creare surretiziamente un'immagine grandiosa di sè, alimentando un culto della persona che ben presto sfociava nel patologico e nel ridicolo, come ad esempio, nella figura ieratica e spocchiosa del "Grande Difensore" del mercato, dei consumatori e chi più ne ha più ne ha più ne metta... (detto da personaggi che hanno affossato il mercato dell'alta fedeltà in Italia promuovendo una miriade di autentici cessi.. :-000), il profano invece era indotto a credere che l'alta fedeltà fosse un passatempo per cretini!

La diffusione di massa del modello di comunicazione chiamato "word by mouth" (passaparola) ha, per fortuna, messo la parola fine in maniera irreversibile al vecchio modello di informazione basato esclusivamente sulle riviste ufficiali e sulla pubblicità in esse contenuta e ha reso consapevoli i più che l’Alta Fedeltà non è un solo un mercato (delle vacche grasse) di oggetti tecnologici da cui gli esperti debbono "difenderci" magari spiegandoci (quando ne sono capaci) come sono costruiti, come funzionano e come suonano ma anche, ad esempio, di beni di affezione sempre più spesso pensati da/per l'utente finale e costruiti in piccola serie da artigiani realmente capaci a cui non interessa un fico secco della pubblicità su una rivista audio per vendere; che la materia è più “viva” quando raccontata in prima persona da appassionati aventi come unico interesse privato quello di far circolare liberamente le proprie idee, giuste o sbagliate che siano, di condividere le proprie esperienze, ognuna diversa dall’altra, con l’obiettivo comune di realizzare un progetto. Cos'è un progetto in ambio audiofilo? E' un processo attivo (non un semplice “percorso”, che può anche essere del tutto casuale e procedere per ripetizione passiva di esperienze altrui) finalizzato ad acquisire una nuova idea della riproduzione musicale. Un progetto riproduttivo non è un punto di partenza ma di arrivo, non si può stabilire in anticipo, ma è appunto un processo creativo, un divenire “pensato”, un complesso di rappresentazioni destinate a subire continui rimaneggiamenti o adattamenti in funzione degli stimoli esterni e delle eccitazioni interne che agiscono sulla nostra coscienza, in primo luogo sotto forma di revivescenza dei ricordi riguardanti la musica, ma non solo.  La riproduzione musicale e, in linea generale, tutti i processi in cui entrano in gioco delle "rappresentazioni", è un fenomeno complesso (ben lontano dall'esaurirsi nella mera e comunemente intesa pratica della prova degli sistemi hifi) legato in maniera imprescindibile ai processi percettivi, attentivi, mnestici, vale a dire alle funzioni della coscienza. Come è noto, la percezione non è un fenomeno passivo, non procede in maniera lineare e automatica dall’esterno all’interno, ma avviene sulla base di un interazione attiva tra qualità sensibili (stimoli percepiti) e coscienza, sulla base delle sensazioni di piacere-dispiacere, dei ricordi e dei “residui verbali”.

Facciamo un esempio che abbia attinenza con l'argomento di questo scritto.

Nell'introduzione di questo scritto ho parlato di modifiche e cambiamenti effettuati nella mia sala d'ascolto nel corso degli anni. Sembrerebbe quindi scontato che il sottoscritto abbia elaborato un semplice piano di trattamento acustico della propria stanza d’ascolto. La finalità sembra ovvia. Mi sono indirizzato verso un percorso di ricerca di informazioni e di sperimentazioni che avevano per obiettivo quello di migliorare la riproduzione del suono. L’idea guida era quella di eliminare per quanto possibile i disturbi provenienti dall’esterno del sistema riproduttivo p.d. sotto forma di risonanze, riflessioni, etc. Ho letto articoli e testimonianze, ho identificato una strategia d'intervento e ho chiesto una consulenza ad una persona che a mio avviso ha ottime credenziali in questa materia. Potrei continuare a lungo a descrivere le varie tappe di questo percorso, partendo dal ricordo dei setup acusticamente più curati e ben suonanti ascoltati in giro per l'Italia, ma non è necessario. Chiunque, leggendo questo racconto, è in grado di immaginare con buona approssimazione il seguito. A questo punto, infatti, è già presente nella coscienza del lettore un’attivazione che nasce da un ricordo verbale, una parola già sentita come “Daad” funge da ancoraggio del processo attentivo e del pensiero, anche se non è ancora sufficiente, da sola, a realizzare una vera consapevolezza (coscienza) del risultato sonico finale. Per questo motivo, fornire al potenziale lettore una descrizione accurata del risultato finale raggiunto, avrei voluto scrivere una recensione canonica dei Daad. Questo è un esempio di progetto audiofilo.

Il Percorso è un'altra cosa, una storia diversa. Ecco una versione alternativa di come è andata.

Ad un certo punto della mia storia audiofila, molto prima di elaborare il bisogno di un piano di trattamento acustico, mi sono accorto che non sapevo più cosa migliorare e come. Di cosa avevo bisogno ancora? In che direzione avrei dovuto concentrare i miei sforzi? Come avrei potuto immaginare un obiettivo preciso se non ne conoscevo neppure l‘esistenza? Mi sono accorto allora che avevo bisogno di un nuovo concetto-stimolo, una idea-guida del tutto diversa che avesse la funzione di filtro, che avesse cioè la funzione di ridurre la grandezza delle eccitazioni che impedivano al mio pensiero di prendere una direzione chiara (senza saperlo, avevo trovato la chiave giusta per comprendere il funzionamento dei Daad!). L'obiettivo cosciente era quello di tornare in un certo senso alle origini, quando da ragazzo ascoltavo ore intere UN disco fino quasi a consumarlo e la mia passione per la Musica si alimentava quasi esclusivamente di dischi. A quell'epoca il significato della parola alta fedeltà era molto diverso da quello attuale. Significava semplicemente acquistare, una volta ogni morte di papa, un sistema destinato a durare minimo un decennio, che servisse unicamente ad "ascoltare musica", poi è diventata una cosa totalmente diversa come il mezzo per "riprodurre suoni", e i bei pomeriggi passati ad ascoltare e riascoltare fino allo sfinimento lo stesso LP sono diventati un ricordo lontano, sostituiti da ore di fine-tuning, da "sessioni d'ascolto" condotte alternando nevroticamente sul giradischi prima e sul lettore cd poi decine e decine di brani in poco tempo, dando pochissimo spazio alla pura e semplice fruizione musicale, sempre più sostituita dalla ricerca del Suono perfetto. A beneficio del lettore, questa evoluzione del significato del termine "alta fedeltà" non è semplicemente l'evoluzione degenerativa di un approccio sbagliato. Non esistevano possibilità storicamente alternative a questo processo (a meno di non comprare alcuna rivista audio). Nessun pentimento da parte mia al riguardo. E' stato un periodo splendido della mia vita che non rinnego affatto e senza il quale non sarei mai arrivato al livello attuale. Tuttavia alle soglie dei 50 anni, come in tutti i corsi e ricorsi della vita, è tornato prepotentemente in me il desiderio di riascoltare con il cuore più che con il cervello. L'obiettivo manifesto era dunque quello di riuscire ad ascoltare un disco dall'inizio alla fine, come una volta, eliminando il più possibile quegli elementi di disturbo che spostavano l'attenzione dalla musica al suono dell'impianto stereo. Le parole d'ordine erano "musicalità", bassa fatica d'ascolto, equilibrio e naturalezza. Le pagine del sito che precedono questa strana recensione illustrano ampiamente i capitoli di questa mia ricerca. Quello che mancava era l'anello finale, vale a dire l'intervento più importante di tutti, quello sull'ambiente descritto sopra. La parola “filtro anti-stimolo” mi ha riportato in mente alcune esperienze fatte ascoltando dei sistemi audio ben trattati con i Daad. Che cosa fanno i Daad se non quello che ho appena descritto? Non re-dirigono e diffondono nello spazio interno una nuova carica energetica mobile? I Daad sono effettivamente uno schermo antistimolo! In effetti è molto semplice: questi dispositivi acustici sono trappole, filtri, destinati a ridurre la grandezza delle eccitazioni che arrivano dall'ambiente, sono una superficie ricettrice di eccitazioni (disturbi), un po’ come fa la nostra coscienza... 

Daniele Bonaduce